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Negli occhi di Dario Argento tutta la paura di Torino

 

La città è la star dei suoi film: “Altrove sarebbero stati diversi” Arriva l’autobiografia del regista pubblicata da Einaudi
DarioArgentoTuttaLaPauraDiTorinoQuanta Torino c’è in Paura, l’autobiografia di Dario Argento pubblicata da Einaudi! E soprattutto non c’è solo Torino, così come non ci sono solo i suoi film. Certo, di cinema si parla molto e anche gli appassionati più attenti ai suoi film trovano risvolti inediti, notizie mai sapute, accostamenti ai quali non avevano pensato. Ma soprattutto scoprono gli aspetti umani del personaggio Argento, in un volume che si legge tutto di un fiato, che inizia con un mancato suicidio e che racconta le donne che ha avuto, l’amore per le figlie Asia e Fiore, le malattie che lo hanno colpito, la passione per i viaggi, il rapporto che lo ha legato alle persone che lo hanno accompagnato sul lavoro (e anche le liti: con Tony Musante, il protagonista del suo primo film L’uccello dalle piume di cristallo, non ha mai più voluto avere niente a che fare).
Torino nel cuore.Ma torniamo a Torino, protagonista assoluta del libro. Una città che ha conosciuto da ragazzo accompagnando il padre e nella quale ha sempre desiderato tornare. Voleva anche girarci il suo primo film, ma fu il produttore Titanus a convincerlo a restare a Roma per questioni di costi (e infatti lui a Roma scelse il quartiere Coppedè, l’angolo liberty di Roma che tanto assomiglia alla profusione di liberty tipica di Torino). Poi si è spostato a Torino per «Il gatto a nove code», «Quattro mosche di velluto grigio» e soprattutto «Profondo rosso». L’ha resa famosa nel cinema: a quei tempi (siamo all’inizio degli Anni Settanta) a Torino la Film Commission era ben lontana da venire e non era così abituale veder girare un film. Lui lo fa, i film hanno successo, Torino diventa famosa.
Romani a Porta Nuova.E lo diventa grazie a lui, anche se non è mai la città dove sono ambientate le pellicole. Alla stazione di Porta Nuova tutti parlano romano (Il gatto a nove code), la villa Scott della collina torinese risulta essere «una villa fuori Roma» (Profondo rosso), un palazzo del centro torinese si affaccia su una piazza di Bologna (Quattro mosche di velluto grigio). Eppure da allora ogni anno c’è qualche appassionato di cinema che giunge in piazza CLN riconoscendo le fontane di fronte alle quali Gabriele Lavia e David Hemmings assistono al primo terribile delitto di Profondo rosso, e rimangono un po’ spaesati perché il bar in cui Lavia suona il piano non c’è (fu costruito apposta per il film, era ispirato a un noto quadro di Hopper). E Dario racconta che Torino ha influenzato quel film molto più di quanto ci si potesse aspettare. Ad esempio, perché per il ruolo dell’assassina fu scelta Clara Calamai, vecchia attrice degli Anni Quaranta? Semplice: perché la scena iniziale del film si svolge al teatro Carignano, e in quello stesso teatro la Calamai era già apparsa, bella e seducente, in «Addio giovinezza!», film strappalacrime del 1940, nel ruolo di una maliarda mascherata. Anche qui si maschera, ma ormai è una vecchia psicopatica assassina.
Dalla Crocetta a Bosconero.Dario è poi tornato in tempi recenti e ha girato molti altri film qui: «Nonhosonno», «Ti piace Hitchcock?», «Giallo», «La terza madre», «Dracula». Ha portato in città attori come il premio Oscar Adrian Brody, Emanuelle Seigner, Elio Germano, Max von Sydow. Ma di quei film ricorda soprattutto di aver voluto cambiare zona, proponendo la Crocetta, Mirafiori, ma anche il cimitero di Andezeno e la stazione di Bosconero.
Gli amici americani.Ha conosciuto tante persone, ma nel libro ricorda le cene alla trattoria Alba, in via San Pio V, come il momento più piacevole. E’ stato tante volte invitato a cerimonie, premi, festival, ma cita solo gli incontri con John Carpenter e George Romero, gli «amici americani» che aveva reincontrato dopo tanti anni. Torino gli piace, e a Torino lui piace. Domani sarà a Cuneo per «Scrittori in città» con un libro che esce dai luoghi comuni e racconta una Torino che anche chi la vive tutti i giorni forse non ha mai conosciuto.

Fonte: La Stampa Torino

 

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