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"Io e mio fratello", il razzismo raccontato da due fratelli marocchini

hichamMagid e Hicham sono due fratelli marocchini arrivati a Torino, il primo nel 2009 e il secondo nel 2005, per studiare; nel 2012 sono stati vittima di un atto di razzismo presso una struttura universitaria. Un attacco verbale che ha segnato a lungo i rapporti tra i due fratelli. Da qui parte il docu-film 'Io e mio fratello' che è insieme una risposta artistica e una terapia personale del regista a quel gesto.

La pellicola, che uscirà in gran parte in bianco e nero, racconta quell’episodio ma anche il rapporto che i due studenti hanno dovuto recuperare prima di trovare le parole giuste e i modi per raccontare la loro storia. Il documentario si snoda tra Torino e il Marocco dove Magid, Abdelmjid El Farji, è tornato per raccontare il viaggio di suo fratello che proprio quest’anno ha deciso di tornare a casa.

L’ultima scena è stata girata ieri alle 15.30 in piazza Palazzo di Città, nel centro di Torino. La piazza del municipio è stata infatti il palcoscenico di una performance teatrale aperta agli spettatori, tutti in abiti di colore bianco, che diventano così parte del lungometraggio. Lo scopo dell’artista è quello di rendere il pubblico parte attiva del suo progetto che è allo stesso tempo un lavoro di sensibilizzazione sulla tematica del razzismo in generale.

“Con questo lavoro ho voluto recuperare la mia dignità e quella di mio fratello - spiega Magid - Il documentario è una denuncia e credo che il linguaggio dell’arte la renda ancora più incisiva e universale. Quello che è successo a Torino nel 2012 ha influenzato la tranquillità familiare che esisteva tra me e mio fratello. Ed è esattamente quello che succede ad ogni vittima di razzismo e intolleranza”.

Il filo conduttore del film è il momento della post-produzione del documentario stesso. E’ come se la pellicola partisse dalla fine per guardare con il distacco del giornalista, e Magid è appunto un giornalista, quello che è accaduto. Nel documentario entra dunque anche la quotidianità dei due fratelli.

“Usando due telecamere io e mio fratello abbiamo affrontato le conseguenze di quello che è successo e siamo diventati uno lo specchio dell’altro. Così si esprime il forte senso di fratellanza e il messaggio di pace che vogliamo comunicare” sottolinea Magid.

Alla performance di ieri hanno partecipato numerose associazioni che sul territorio e nel quotidiano si occupano di razzismo. Accanto a Magid e a suo fratello, che per il finale del lungometraggio è tornato dal Marocco, c’erano anche altri ospiti, vittime, come il regista, di episodi di intolleranza.

Anche la data non è scelta a caso: il 21 marzo, primo giorno di primavera è anche la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale.

Il film si finanzia dal basso ed è soprattutto il frutto di una moltitudine di relazioni che Magid ha intrecciato nel capoluogo Piemontese. In quest’ottica è stata lanciata la campagna di crowdfuding tramite la piattaforma Indiegogo che servirà a finanziare quasi la metà del film. E’ una campagna internazionale e il materiale informativo è stato tradotto in nove lingue diverse compresi arabo, cinese e russo. La raccolta durerà 60 giorni.

L’obiettivo è raggiungere la quota di 99 mila euro, che corrisponde al 49,75% del budget dell’intero film. Si può partecipare donando da 2 a 10mila euro. Ad ogni somma corrisponde un 'ringraziamento' dell’artista: una copia del film, un ringraziamento speciale nei titoli di coda, un tour a Rabat ospitati nella casa marocchina del regista o ancora uno dei cinque quadri realizzati il 21 marzo.

Il film e l’evento del 21 marzo sono stati organizzati con la collaborazione del Piccolo Cinema dove il regista ha iniziato a scrivere la sceneggiatura e con l’aiuto di diverse associazioni e realtà: Associazione Museo Nazionale del Cinema, Film Commission Torino Piemonte, Amnesty International; Cecchi point-hub multiculturale, Associazione Riccardo Braghin, Videocommunity, ArTeMuda; Associazione 0.3, INARA, Angi, associazione nuova generazione Italo-Cinese.

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