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Mondo film commission

ItalianFilmCommissionLogoUna volta qui era tutta Torino. Erano gli anni d’oro in cui Margherita Buy veniva piantata da Luca Zingaretti e perdeva la testa per Goran Bregović sullo sfondo di Piazza Carignano (1.I giorni dell’abbandono, Roberto Faenza, 2005); in cui Elio Germano sollevava finte erezioni e vere ghignate un paio di isolati dietro il Parco del Valentino (2. Nessuna qualità agli eroi, Paolo Franchi, 2006); in cui Monica Bellucci e Luca Zingaretti (ancora tu) facevano i divi porchi e fascisti nella Repubblica di Salò ricostruita sui Murazzi (3.Sanguepazzo, Marco Tullio Giordana, 2007). Torino era Milano, e Parigi, e tutte le città vagamente mitteleuropee o anche no. Se esiste un inizio, uno zenit, un avanti e un dopo Cristo nel cinema italiano, si può stabilire in riva al Po con queste parole: Film Commission Torino Piemonte. Non che fosse la prima, ma più di tutte ha universalmente imposto un nuovo modo di pensare le produzioni nazionali, smarcate dalla grande bellezza di mamma Roma e geolocalizzate secondo nuove norme (e partite di giro) a chilometro zero.

Esattamente come hanno fatto quelli seri, e cioè gli americani, a partire dagli anni Quaranta. Le commissioni cinematografiche, come da traduzione di Wikipedia, facevano da ponte tra gli Studios e le amministrazioni locali in cerca di brochure turistiche più proficue. Una volta era Palm Springs, nei primi anni Duemila del Made in Italy sono state le colline di Moncalieri. Si sa, del resto, che da noi arriva tutto più tardi, quando quelli ascoltavano il rock’n’roll noi c’avevamo ancora Claudio Villa, e via così. Oggi si contano sedici organismi regionali italiani che – recita il sito ufficiale www.italianfilmcommissions.it – «provvedono gratuitamente all’erogazione di servizi, tra i quali l’assistenza logistica, l’accesso alle risorse finanziarie locali, la concessione di permessi, la mappatura di maestranze e fornitori di servizi nei territori, la ricerca delle location». Il testo è pieno di refusi (qui corretti), ma non si può avere tutto, già questi uffici devono pensare a sbrigare altra burocrazia oltre a quella romana, che evidentemente non bastava più. Epperò è tutto vero, scenari diversi si sono imposti all’occhio dello spettatore più o meno consapevole, come in una Cura Ludovico fatta a suon di bicerin o limoncelli, a seconda di dov’era ambientata la solita sceneggiatura due-camere-e-tinello. Il cinema romanocentrico – anche se una Roma & Lazio Film Commission, con la “e” commerciale, esiste: se no che Paese sarebbe – ha ceduto il passo a una Minitalia di entità autonome. Così come esisteva la Hollywood sul Tevere, con il tempo si sono moltiplicate le Cinecittà sul Po, sui Navigli, sull’Adriatico e lo Ionio.

Come sempre accade, una su mille ce la fa. Oggi dici film commission e pensi a una sola parola, la immagini scritta con le lettere bianche che dominano Los Angeles: APULIA. Il caso della Puglia è diventato paradigma nazionale. Non bastava avere attori incapaci di imparare una qualsivoglia cadenza dialettale se non il romanesco madrelingua, bisognava evidenziare l’eterno pupiavatismo (il fenomeno prende il nome da uno dei massimi testimonial di questa diffusissima pratica) scaraventandoli dentro paesaggi esotici, vale a dire Lecce e Gallipoli. Per dire, Fabio De Luigi non è un avvocato che ha scelto (senza spiegazioni) di vivere lontano dalla grande metropoli: è un avvocato che ha scelto di vivere precisamente a Otranto, dove incontra un’altra credibilissima fuggitiva come lui, ovvero Laetitia Casta (4.Una donna per amica, Giovanni Veronesi, 2014). L’Apulia Film Commission, regina indiscussa delle commissioni cinematografiche nazionali, si completa secondo precise direttrici narrative ed estetiche nella virtuosa Era Vendola, e realizza la sua più piena e codificata espressione nel cinema di Ferzan Ozpetek. 5.Mine vaganti (2010) è il film che meglio rappresenta l’accezione semantica che oggi viene attribuita alla Puglia cinematografica. Se Torino, fatte le debite eccezioni, è perlopiù terra di struggimenti nordico-borghesi, Lecce e dintorni nell’immaginario di registi e spettatori sono diventati frontiera di libertà, uguaglianza, contemporaneità. Alla parola Apulia ormai si associano la commedia, la leggerezza, l’evoluzione di usi e costumi. È una certezza del cinema italiano degli ultimi dieci anni, un po’ come la Pasta Garofalo in tutte le cucine abitate da Luca Argentero e Ambra Angiolini. Nel 2014 il budget totale destinato a produzioni nazionali e straniere realizzate in loco è quantificato in tre milioni e mezzo di euro, raccolti «attraverso quattro fondi di finanziamento: Apulia National & International Film Fund, Apulia Regional Film Fund, Apulia Development Film Fund e Bando di Ospitalità» (dati diffusi su www.apuliafilmcommission.it). Il “Salentu lu mare lu ientu” resiste a ogni strappo di calendario, a ogni passaggio di trend. Tra i film prodotti nell’ultima stagione si segnalano 6.Sei mai stata sulla luna? di Paolo Genovese, con Raoul Bova che fa il bracciante e si innamora di Liz Solari as fashionista folgorata dagli uliveti di Nardò; 7.Latin Lover di Cristina Comencini, con cast femminista all-star (Virna Lisi, Angela Finocchiaro, Marisa Paredes, Valeria Bruni Tedeschi) che si ritrova dentro una masseria in pietra leccese a piangere un immaginario divo del Grande Cinema Italiano, a cui il film è dedicato; 8.La scelta di Michele Placido, dove Ambra Angiolini beve sangria insieme al marito Raoul Bova, ormai naturalizzato barese, e affronta uno stupro correndo con le zeppe di paglia per le strade di Bisceglie. Oltre alla corazzata di RaiUno 9.Braccialetti rossi, fiction misto lacrime e leggerezza in cui la malattia dei ragazzini protagonisti è mitigata del litorale di Fasano; e persino un’impennata d’auteur: esce a maggio il colosso fantasy 10.Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, presentato al Festival di Cannes, girato a Castel del Monte. Non esiste solo la Apulia Film Commission, a riunire tutti gli scorci regionali sotto un un unico grande logo nei titoli di testa: negli anni si sono imposti consorzi ancora più slow food come la Alberobello Puglia Film Commission e la Trani Film Commission, non dissimili da enti che operano altrove in accordo con le istituzioni principali (vedi le commissioni sorte di volta in volta a Bergamo, Livorno, Latina, Ischia e Procida, Messina, Siracusa: là dove c’erano le pro-loco ora si fa il Grande Cinema Italiano, appunto).

di Mattia Carzaniga

Fonte: IlSole24Ore

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